
“DORIAN GRAY”. Film di Oliver Parker.
Nonostante la mia certezza sul fatto che il film potesse rivelarsi deludente, sono stata costretta a ricredermi.
Il film ha rispettato moltissimo il romanzo, sia per l’intreccio sia per le tematiche, il quale è stato scritto da Oscar Wilde, esponente dell’estetismo decadente.
La storia verte su un ricco giovane, tanto ingenuo quanto sensibile, che diviene preda della corruzione e dei vizi di una Londra di fine Ottocento, facendo scempio di tutto ciò che di buono ha intorno. Quasi per scherzo, inconsciamente intrappola la sua anima in un suo ritratto, facendo in modo che il degrado morale e il tempo corrompano la tela invece che lui.
Il film tratta quasi le stesse tematiche del romanzo: il desiderio dell’immortalità, della bellezza e del piacere eterni; l’ingenuità e l’entusiasmo della giovinezza e la scoperta e la ricerca del piacere sfrenato che diviene poi come una droga da cui si pensa di potersi sottrarre in qualunque momento quando non è affatto così; l’imminente gioia del “carpe diem” e l’angoscia del senno di poi, trovandosi di fronte a ciò che di grave si è compiuto magari con troppa avventatezza e spensieratezza; il gusto del potere senza la colpa e il peso della consapevolezza quando si capisce che ciò che si è fatto non può essere disfatto; il fatto che vi sono persone che possono influenzare nel Bene e nel Male chi sta loro intorno e che sono proprio questi ultimi a scegliere a chi credere (una rappresentazione in piccolo del triangolo Diavolo-Uomo-Dio); il Male è sempre più facile e “bello” da compiere in confronto al cammino faticoso e difficile del Bene; il dono della scelta e il peso del senso di colpa che, per quanto ci si possa sforzare d’ignorarlo, alla fine torna sempre fuori a tormentare; il rendersi conto di aver varcato un confine senza ritorno e la disperazione di non poter rimediare al passato.
Ma anche in mezzo all’oscurità più impenetrabile, vi è sempre un barlume di speranza: per quanto si possa sbagliare, c’è sempre la possibilità di pentirsi e ricevere perdono o un’altra chance. Sta a noi non sprecarla… Questo è evidente più nel film che nel romanzo.
Nel film è ben evidente anche la tematica dell’omosessualità, cosa che nel romanzo manca, nonostante l’inclinazione del suo autore.
Wilde ha creato il finale, facendo in modo che le motivazioni fossero per un desiderio di redenzione, per render fine al degrado morale a cui Dorian era arrivato e al quale non era più possibile porre rimedio e l’unica soluzione al senso di colpa dilagante è tragica e definitiva. Nel film, invece, le motivazioni del finale sono per amore, che comunque è una soluzione che non dispiace e che è perfettamente pertinente.
Il film è stato ben sviluppato sia dal punto di vista della regia sia da quello della fotografia, degli attori e della colonna sonora. Gli ultimi dieci secondi li definirei inutili e sono inesistenti nel romanzo; inoltre tolgono la suspense del finale effettivo. Molto bello il ritratto, il suo degrado e il modo che si è scelto per farlo degenerare.
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