Alan Moore ci regala un nuovo piccolo gioiello, nonostante passi dall’abituale letteratura a fumetti, di cui ormai è affermato e sapiente maestro, alla narrativa classica. Una serie di dodici racconti autoconclusivi, ma parte di un affresco generale che si dipana lentamente, permettendo di scorgere un’unica linea generale a guida del tutto. Neil Gaiman nell’introduzione lo definisce un cerchio perfetto, piacevole da leggere e rileggere, da qualsiasi punto si voglia iniziare. Ogni racconto, seppur fine a se stesso, si collega a quelli successevi e quelli precedenti, formando un arco narrativo unico e solido, una saga che ha per protagonista Northampton, la città natale dello scrittore.
È difficile descrivere questo libro, fucina d’idee e sogni deliranti miscelati con sapienza alla storia della città di Northampton, inventata, sognata, reale o semplicemente possibile. Per fortuna ci aiuta proprio il signor Moore in un passo del libro, quando la Voce del Fuoco ormai è passata attraverso secoli di storia, bruciando le anime e le vite di migliaia di abitanti:
“E allora di che parla ‘sto libro?”
Parla del messaggio essenziale che labbra irrigidite di chi è stato decapitato riescono ancora ad articolare, del documento che cani neri e spettrali hanno scritto col loro piscio sui nostri sogni peggiori. Parla dell’arte di resuscitare i morti per farci rivelare ciò che sanno. È un ponte, una zona di passaggio, un punto logoro nel velo che separa il nostro mondo dagli inferi, tra i mattoni e il mito, tra la verità e la finzione, una garza sdrucita non più spessa di una pagina. Racconta quanto sia potente la glossolalia delle streghe, rivela la grande revisione magica che esse hanno operato sui testi in cui noi ora viviamo. Ma non sono cose che si possono dire ad alta voce.
La prima metà del libro è scomoda, di difficile lettura, a causa della grammatica inarticolata dei personaggi presenti, rappresentazione del loro pensiero. È come leggere l’Ulisse di Joyce, che ha per protagonista un ragazzo/maiale preistorico o una ragazza agli albori della civiltà. Aggiungerci il criptico misticismo letterario, che fa sembrare il libro di Moore un trattato magico, non aiuta di certo. Immagino la difficoltà riscontrata dai traduttori, e quanto si sia perso nella trasposizione. Ma non è forse così con i libri magici? Ogni traduzione che si allontana dall’originale fa perdere un pizzico d’incanto, di potere, di follia.
Tutto questo non toglie alla Voce del Fuoco il suo fascino, che riesce ad ipnotizzare (sopportate le fatiche iniziali), facendoci precipitare in un vortice storico/immaginario che rappresenta l’evoluzione di una città ai margini, spesso ignorata, ma importante, che a suo modo è il prototipo di metropoli ben più conosciute e forse della civiltà stessa.
Consigliato a chi non ha paura dei sogni, degli incubi e delle scritture ermetiche.
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